• Avv. Chiara Ennas

Caso Marco Vannini: Omicidio volontario


Il 30 settembre 2020, la Corte d’Assise d’Appello di Roma, nel processo Vannini bis, ha pronunciato la sentenza definitiva sul caso che vedeva quale vittima di omicidio il giovane Marco Vannini.

Con tale sentenza, la Corte d'Assise ha condannando a 14 anni di reclusione Antonio Ciontoli e a 9 anni e 4 mesi di reclusione gli altri familiari coinvolti nel caso.


Questa vicenda è diventata ormai nota a tutti non solo per il tragico evento a danno del giovane ventunenne, ma anche per lo scalpore provocato dai vari passaggi processuali.

Ma che cosa è successo realmente? E perché, dopo essere giunti all'ultimo grado del giudizio, è stato fatto un nuovo processo, al termine del quale la pena dei Ciontoli è stata inasprita?

La risposta è da trovare nel sottile confine tra dolo eventuale e colpa cosciente.


1) Caso Vannini: breve ricostruzione dei fatti

La vicenda risale al maggio 2015 e riguarda la morte del giovane Marco Vannini, causata da un colpo di pistola che gli attraversò polmone destro e cuore, mentre questi si trovava nella casa della fidanzata Martina Ciontoli.

Dalla testimonianza di Antonio Ciontoli, padre di Martina, si apprendeva che egli stesse simulando uno scherzo con la vittima mentre faceva la doccia, puntandogli contro la sua pistola semiautomatica (da lui detenuta per ragioni di servizio in quanto appartenente alla Marina Militare) pensando che questa fosse scarica.

Tale scherzo, come tristemente sappiamo, si è velocemente trasformato in tragedia: Ciontoli, infatti, premette il grilletto e il colpo esploso raggiungeva la vittima sul braccio destro, attraversando il polmone destro e dopo il cuore.


Ma Marco non muore sul colpo.

Morirà infatti poche ore dopo, verso le 3 di notte circa, a causa di anemia emorragica.


Alla luce di ciò, alla prima condotta commissiva e colposa (lo sparo "per sbaglio"), seguiva l’omissione di una tempestiva sollecitazione dei soccorsi, imputabile a tutti i membri della famiglia presenti quella sera: allo stesso Antonio Ciontoli, a sua moglie Maria Pezzillo, ai figli Federico Ciontoli e Martina Ciontoli, fidanzata di Marco.


Stando alla ricostruzione del fatto, risulta che Antonio Ciontoli fosse solo al momento dello sparo e che i figli Martina e Federico accorsero solo dopo aver sentito il rumore dell’esplosione, intorno alle 23.15.

Federico Ciontoli, come emerge dalla registrazione delle telefonate al 118, effettuò una prima chiamata alle ore 23.41, riportando che un ragazzo, a seguito di uno scherzo, si era sentito male e “non rispondeva più”. Ad un certo punto della telefonata, però, interveniva Maria Pezzillo che (sollecitata dalla voce di un uomo, molto probabilmente Antonio Ciontoli) avvertiva l'operatore del 118 che non c’era necessità di soccorso.

Una seconda chiamata venne effettuata poco dopo, alle ore 00.06, questa volta da Antonio Ciontoli: chiedeva soccorso per un ragazzo caduto nella vasca e bucatosi con un pettine a punta.

Una volta giunta l’ambulanza alle ore 00.22, Antonio Ciontoli disse all'infermiera che il ragazzo era stato preso “da un attacco di panico, una crisi d’ansia”, per poi precisare che “era scivolato e si era ferito con un pettine a punta”.

Vannini venne trasportato in stato di coma presso il posto di primo intervento, dove morì qualche ora dopo.



2) Caso Vannini: il processo


2.1 - PRIMO GRADO

La Corte d'Assise di Roma nel 2018:


1. Affermava la responsabilità penale di Antonio Ciontoli, condannandolo a 14 anni di reclusione per il delitto di omicidio omissivo doloso (quindi volontario) e per la contravvenzione di omessa custodia dell’arma.


2. Condannava Maria Pezzillo, Federico e Martina Ciontoli, invece, a 3 anni di reclusione ciascuno per il delitto di omicidio colposo, in concorso colposo nell’omicidio doloso commesso da Antonio Ciontoli: i Ciontoli, pur non volendo la morte di Marco, hanno contribuito a causarla non volontariamente, come nel caso di Antonio, ma a causa di un loro comportamento negligente o imprudente.

Ad avviso della Corte d’assise, infatti, se da una parte si poteva affermare con certezza che essi non fossero presenti al momento dello sparo e che non sapessero l’esatta causa del ferimento di Marco, dall'altra ciò non esclude che essi omisero di verificare la causa del malessere del ragazzo, nonostante fossero consapevoli della gravità della ferita e avessero assistito al progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute.

Secondo tale prima sentenza, emessa dalla Corte d’Assise di Roma, Antonio Ciontoli e i suoi familiari, nell’immediatezza del fatto, avevano l'obbligo giuridico di attivarsi celermente per soccorrere e salvare la vittima nel miglior modo possibile: infatti nonostante il colpo di pistola sia partito “accidentalmente”, ciò non esclude la necessità di richiedere immediato soccorso.



2.2 - APPELLO, SECONDO GRADO

La Corte d'Assise d'Appello di Roma, confermando la condanna di Federico e Martina Ciontoli e di Maria Pezzillo, effettua però un cambio di rotta per quanto riguarda Antonio Ciontoli: riforma la sentenza e diminuisce la pena, condannandolo a 5 anni di reclusione, ritenendo che i fatti a lui ascritti integrassero il reato di omicidio colposo (non volontario) con l’aggravante della colpa cosciente (cioè di aver previsto, come astratta possibilità, l’evento morte).

La Corte ha motivato la sua decisione sulla base del fatto che egli ritardò «consapevolmente e reiteratamente l’attivazione di immediati soccorsi» nell’intento di «evitare conseguenze dannose in ambito lavorativo».

Tale finalità, sempre ad avviso della Corte, si porrebbe in contrasto con l’accettazione dell’evento, che avrebbe comportato delle conseguenze notevolmente più gravi per Ciontoli.

Per questo motivo, non si può parlare di dolo eventuale, ma di colpa cosciente: la morte di Marco Vannini sarebbe stata, causata da un comportamento non diligente e, pertanto, la Corte ha optato per il massimo della pena stabilita per l’omicidio colposo: 5 anni.



2.3 - CASSAZIONE, TERZO GRADO

La sentenza di secondo grado veniva impugnata, davanti alla Corte di Cassazione.

Secondo il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Roma, la Corte D'Assise D'Appello aveva attribuito alla legge un significato non appropriato (c.d. vizio di violazione di legge) e non ha spiegato perché, a suo avviso, mancasse la volontarietà della condotta in capo ad Antonio Ciontoli e ai suoi familiari (c.d. difetto di motivazione, quanto alla ritenuta mancanza del dolo eventuale).

La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del Procuratore Generale, annullava la sentenza di secondo grado, con rinvio ad un'altra sezione della Corte d'Assise d'Appello di Roma, per un nuovo giudizio di appello sul tema dell’elemento soggettivo (volontarietà o meno dell'azione) in capo a tutti gli imputati che presero parte all’omicidio di Marco Vannini.


2.4 - APPELLO BIS

Si giunge così al processo Vannini bis (un secondo giudizio d'appello), durante il quale la sezione della Corte d’Assise d’Appello, a cui rinviava la Corte di Cassazione, ribadiva come il fatto commesso dal Ciontoli non fosse attribuibile allo stesso per colpa cosciente bensì per dolo eventuale, ovverosia volontariamente.

Quindi, inizialmente, Ciontoli avrebbe avvicinato la pistola a Marco, convinto che nessun colpo sarebbe partito (con colpa cosciente, quindi imprudenza) e solo dopo lo sparo avrebbe accettato la concreta e seria possibilità che il ragazzo morisse (con dolo eventuale).

Per tali ragioni, la Corte d’Assise d’Appello bis aumentava nuovamente la pena di Ciontoli condandolo per omicidio doloso a 14 anni di reclusione, mentre la sua famiglia, a 9 anni e 4 mesi di reclusione.


Ma qual è stato il delicato thema decidendum che ha diviso la giurisprudenza? E come mai queste variazioni di pena?


La risposta, come anticipato, si trova nella differenza tra dolo eventuale e colpa cosciente: una differenza sottilissima ma che, come abbiamo visto, può comportare significative oscillazioni della pena.

3) Differenza tra dolo eventuale e colpa cosciente

Come distinguere, nel concreto, i due istituti?

Questo tema ha impegnato e continua ad impegnare i giuristi e la giurisprudenza italiana, per la grande difficoltà nel trovare un’opinione risolutiva in merito.


Innanzitutto, bisogna distinguere gli elementi soggettivi del dolo e della colpa, in via generale:

  • il dolo consiste nella coscienza e volontà di porre in essere una condotta criminosa;

  • la colpa, invece, si presenta quando l’agente compie, contro la sua volontà, un illecito per negligenza (distrazione, disaccortezza), imperizia (compiere una certa attività senza averne le cognizioni tecniche necessarie), imprudenza (comportarsi senza le dovute cautele).

Quindi, due elementi molto diversi tra loro: nel primo c'è una volontà criminosa, che nel secondo, invece, manca totalmente.

Eppure, tale divario viene ridotto cosiderevolmente nelle ipotesi di dolo eventuale e colpa cosciente.


Il presupposto per la configurazione del dolo eventuale consiste nella circostanza che il soggetto agisca senza il fine di commettere il reato: il soggetto che agisce, quindi, deve rappresentarsi la commissione di un reato soltanto come conseguenza "concreta e probabile” della sua condotta diretta ad altri scopi, ed accettare il rischio che tale conseguenza si possa verificare come effetto collaterale della sua condotta.

Prendendo come esempio l'omicidio, il soggetto agisce non desiderando che si verifichi l'evento morte, ma decide comunque di agire "costi quel che costi", potendosi concludere che egli, anche se fosse stato assolutamente certo della realizzazione dell'evento, non sarebbe comunque venuto meno alla propria volontà di realizzare la condotta illecita.


La colpa cosciente, invece, richiede che il soggetto agente, pur essendosi rappresentato l’evento, sottovaluta per leggerezza che esso possa verificarsi o sopravvaluta le sue capacità di poterlo evitare.

In sostanza, si figura la possibile realizzazione dell'evento che non vuole MA, invece che accettarne il rischio, confida nella sua concreta non verificazione.


Tale minima differenza, tuttavia, comporta delle significative oscillazioni riguardo l'entità della pena

Ed è proprio quello che si è verificato alla posizione di Antonio Ciontoli nel processo Vannini:


- Secondo la PRIMA Corte d'Assise d'Appello, l'omicidio si è verificato per colpa cosciente, rientrando così nell'art. 589 del codice penale "Omicidio colposo", punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.


- Tale argomentazione, tuttavia, viene ribaltata dalla Suprema Corte di Cassazione e, conseguentemente, dalla SECONDA Corte d'Assise d'Appello di Roma nel Processo Vannini bis, le quali, riprendendo le argomentazioni della Corte d'Assise in primo grado, hanno reputato che l'omicidio di Marco sia stato commesso con dolo eventuale, rientrando così nell'art. 575 del codice penale "Omicidio", con un aggravio di pena di più del triplo.


RICAPITOLANDO

Alla luce dell'ultima sentenza della Seconda Corte d'Assise d'Appello, la pena di Antonio Ciontoli è mutata:

- da 5 anni di reclusione per omicidio colposo, con colpa cosciente

- a 14 anni di reclusione per omicidio doloso, con dolo eventuale.


COLPA COSCIENTE

Si verifica quando il soggetto agente, si figura la possibile realizzazione di un evento criminoso che NON vuole MA, invece che accettarne il rischio, sottovaluta per leggerezza che esso possa verificarsi o sopravvaluta le sue capacità di poterlo evitare, confidando nella sua concreta non verificazione.


DOLO EVENTUALE

Si presenta quando il soggetto che agisce, quindi, si figura la possibile realizzazione di un evento criminoso che NON vuole come conseguenza "concreta e probabile” della sua condotta diretta ad altri scopi e, a differenza della colpa cosciente, egli agisce "costi quel che costi", accettando anche il rischio che tale conseguenza si possa verificare come effetto collaterale della sua condotta.


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